Ernesto Serpe

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Un uomo, un emigrante

Un uomo, un emigrante, ritornava al paesello dopo un’assenza di oltre trent’anni. E sul treno, orgogliosamente fantasticava sul suo passato, ai sacrifici che aveva affrontato e, con i risparmi di una vita, si vedeva proiettato nel futuro.

Con il cappello sugli occhi socchiusi, sorridendo immaginava la festa che gli avrebbero riservato i compaesani: vedeva un palco addobbato di nastri e bandiere. Immaginava il sindaco: avvolto nella fascia tricolore, circondato dagli assessori, consiglieri e i reduci, che tremolanti sorreggevano con orgoglio i gagliardetti, che si dilungava in un accorato discorso di “bentornato” ed elencava minuziosamente tutta la serie di sacrifici e patimenti ed esprimeva nel contempo tutta la felicità per il ritorno. Sentiva ne note della banda del paese che marciava festante per le strade del paese seguita dai bambini che bandierine e palloncini alla mano intonavano canzoncine.

Il prete che benediva la targa apposta sulla casa natia.

Gli amici che lo avrebbero circondato abbracciato e ad uno ad uno, con le lacrime agli occhi e orgogliosi gli presentavano moglie, figli e forse qualcuno i nipotini.

Finalmente il treno arrivò alla stazione, come sempre in ritardo. Si compose, si sistemò la giacca, un pettinatina ai capelli si sistemò il cappello, e infine imitando l’atteggiamento fiero e altezzoso come si vede spesso per televisione, scese impettito dal treno. Appoggiò fiero la valigia sul suolo natio; su quella terra tante volte sognata…

Perplesso si guardò intorno non vide nessuno quando ecco che un tipo gli passò vicino e disse: “ciao Nico’ che fai parti? Mi raccomando fai buon viaggio”.

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