Ernesto Serpe

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Al termine di…

Al termine di una giornata sotto il sole cocente di un giorno qualsiasi, di un mese qualsiasi, di un anno qualsiasi ma di un Era Preistorica, trascorsa a dare la caccia a qualcosa di commestibile, fece rientro nella sua caverna un homo. Non si sa sino a che punto erectus ma sicuramente un acuto osservatore del mondo circostante, ma soprattutto dotato di notevole vena o estro artistico.

Sasso alla mano, o quello che l’era, tra la folla dei soliti curiosi e dei critici feroci, incominciò a “graffittare” ed abbellire, quindi, il suo angolo di paradiso, la sua roccia di casa.

E con il suo sasso, o quello che l’era, fu il primo a riprodurre che so un mammut, o quello che l’era.

Per questa sua genialata gli homo erectus, confinanti nelle grotte vicine, lo invitavano a fare lo stesso nelle proprie grotte o nelle loro caverne.

Fino a che qualcuno lo imitò.

Forse cambiò persino tecnica.

Forse riuscì addirittura a far meglio…come qualcuno disse: “l’allievo ha superato il maestro”. Forse…non potrà mai essere soddisfatto perché senza il maestro, senza l’ideatore molto probabilmente quella caverna, oggi, sarebbe priva di graffiti.

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Intanto che…

Intanto che ancora una volta in nome di quel Popolo che, ieri più o meno come oggi o, esattamente oggi come ieri, non conta “una beata mazza”, la gloriosa armata Brancaleone, mostra i muscoli e si pavoneggia tra giravolte, inchini, baciamani, comparsate e voltagabbanate varie ed eventuali. Tutte rigorosamente con doppio salto raccolto all’indietro, triplo avvitamento e salto in lungo, salto in alto con l’asta, salto in largo come tanti saltimbanchi. Ed infine esausti, ma per niente esaustivi, vissero tutti felici e contenti sia pure con quei miseri “quattro salti in padella” ingollati, (sia pure ancora una volta) davanti, dietro e di lato ad un buffet.

Tutti rigorosamente in piedi con un piatto…rigorosamente spartano.

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Tra Storia e leggende…

Tra Storia leggende e credenze popolari talvolta si rivive, quel poco che è rimasto impresso nella memoria di un bambino o di un adolescente tra i banchi di scuola o davanti ad uno scatolone che chiamavano televisione per vedere vecchi telefilm in bianco e nero e con qualche pallino qua e là.

Ed è così che a casaccio, senza un ordine cronologico, senza una classifica rimbalzano alla mente rivoluzioni e rivoluzionari a ricordo di quella epoca spensierata che fu una bella giovinezza.

E, in una carrellata di miti ed eroi, si fa strada Robin Hood l’infallibile arciere: il prototipo dell’eroe che si barcamena tra la storia e la leggenda. Divenuto suo malgrado un bandito, costretto a rubare ai ricchi per sfamare i poveri un po’ come è capitato con un messere, uno dei tanti elemosinieri con la bisaccia e le gabelle altrui.

E poi Zorro: il nobile o fuorilegge mascherato che difendeva i suoi cittadini e le popolazioni indigene, autoctone, della California, contro funzionari corrotti e tirannici e altri criminali dell’epoca, da qui il proverbio: “tutto il mondo è paese”.

RinTinTin: il bellissimo cane pastore tedesco con il suo soldatino colonizzatore sempre accerchiato dagli indiani Apache o quel che erano. Sotto la guida di Toro Seduto erano sempre urlanti, sempre incazzati. Erano uomini seminudi, anche d’inverno: i famosi pellerossa. A dorso nudo con le piume di aquila nelle trecce. Con i loro visi, dai tratti duri da sembrare cattivi, dipinti con i colori di guerra o di appartenenza tribale. Per tanti anni erroneamente si è creduto fossero i malvagi, i cattivi, ma poi, col tempo e la ragione, si è capito che, poverini, difendevano la propria terra, i propri bisonti, la propria vita, la propria identità, il proprio destino e il proprio Manitu’…

Masaniello, per l’anagrafe Tommaso Aniello di Amalfi, non era un cantante neomelodico ma un pescivendolo che, esasperato dalle tante gabelle imposte dai governanti persino sugli alimenti di prima necessità, al grido “mora o malgoverno“ e, per ironia della sorte, afferrata una “tonnacchiella” prese a tonno in faccia un gabelliere rendendosi protagonista di una rivolta popolare.

Storie di rivolte e di rivoltosi che nulla hanno a che fare con le rivoluzioni, tipo “le quattro giornate di Napoli” e men che mai con le “cinque giornate di Milano” o le dieci giornate di Brescia o con la Madre di tutte le rivoluzioni…quella francese.

Solo che una volta, tanto tempo fa, anche non se non rigorosamente nello stesso periodo storico la gente era propensa all’incazzatura.

Oggi per fortuna non è più così.

Per fortuna ci si è evoluti, ci si confronta educatamente e si cinguetta come colombe sui “social”. Oggi per fortuna o per grazia ricevuta si è molto più uniti, legati da vincoli di amicizia e di solidarietà. Di sentita partecipazione e di fraterno aiuto e sostentamento e non ha più motivo l’esistenza di un Robin Hood né di uno Zorro, anche perché…gli impegni con gli estetisti e i barbieri non lo permettono.

Così come è inutile un RinTinTin colonizzatore, anzi, e al posto di un qualsiasi Tommaso Aniello da Amalfi, e del suo tonno, vuoi mettere ed è preferibile che so…un Messer Brancaleone da Norcia con tutta la sua gloriosa armata.

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Il tocco di re Mida.

Famoso era il “tocco” del re Mida. Chi non ricorda il famoso re Mida e la leggenda che qualsiasi cosa toccasse si trasformava in oro.

E già, tutto ciò che toccava si trasformava in quel metallo prezioso a differenza di talune mezzecalzette&affini che qualsiasi cosa tocchino si trasforma in una debacle, in una sconfitta, in una catastrofe, in un “whirlpool”: cioè in un mulinello fatto di proclami e di autocompiacimenti dal sapore di vanagloria e vanità per ipotetici risultati mai conseguiti, in un vortice di incapacità e di opportunismo, in un tornado di solitudine e disperazione alla pari di una catastrofe causata da un terremoto, o dal crollo di un ponte, e con essa resta solo solitudine, disperazione, promesse e chiacchiere ben presto dimenticate per opportunismo e…inadeguatezza.

In due parole in: una Waterloo.

E, per questo, il premio sarebbe quello da mandare tutti in esilio, non tanto su quell’isola Ilva ricca di ferro, cosi cara ai romani, ma su quella di Sant’Elena che ha visto gli ultimi sospiri…di Napoleone.

Ormai questi, tra giravolte, proclami e voltagabbanate varie non sono più credibili, anzi, solo a vederli danno un senso di “non so che” o forse si sa perfettamente: un immenso senso di vuoto.

Un senso di immenso fastidio.

Un senso di forte repulsione.

Un senso sempre più forte di allontanamento e di tanta…umana pietà.

Ma c’è qualcosa che in fondo in fondo rode e che tormenta: è la consapevolezza di essere presi per il culo da certe a dir poco mezze e inadeguate banderuole e che “l’amor proprio”, (inteso come autoconservazione e attaccamento alla vita), ripudia con forza.

Proprio non ce la fa.

E, in questo marasma, è indescrivibile l’indigestione, e indigestione è un eufemismo, ma basta pensare ai sintomi ed è una minima parte delle sensazioni che si prova allorquando, sbagliando canale, te li ritrovi con quei sorrisetti finti e ipocriti da pesci azzurri, sia pure per qualche frazione di secondo, giusto il tempo di premere il pulsante e cambiare immediatamente canale

anche se l’istinto guerriero sarebbe quello di tirare una scarpa…ma la tv schermo piatto 50 pollici, pagata con un piccolo anticipo e con trecento comode rate, ti guarda e ti dice: ma che sei scemo, lassa perdere, passerà come passa un improvviso crampo al polpaccio e quando è passato non resta nemmeno il ricordo.

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Andiamo bene…

… o siamo alla frutta.

Intanto che ci si schianta su Marte (almeno così dicono) si pensa di tirare fuori dal cilindro di Mago Merlino gli Stati generali: ossia il “conclave” del clero, nobiltà e borghesia – anche se il termine conclave come dice il traduttore simultaneo con vocabolario incorporato deriva dal latino cum clave, cioè “chiuso con la chiave” o “sottochiave”, (e qui il discorso, infarcito di opportunismi, si fa lungo e tortuoso), si ritorna al passato, agli anni bui, ad un passo dal concepimento della madre di tutte le rivoluzioni).

E con questo passo, un passo dopo l’altro, anche se conclamati esempi non mancano, ci si ritrova alla corte del Marchese del Grillo. Ad avallare quel feudalesimo con il Principe, il Papa, i Vassalli, i Valvassori, i Valvassini, i Gabellieri e i Servi della Gleba che, al grido del fedele maggiordomo: “s’è svejatoooo”…incominciano a vivere e a lavorare.

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Evidentemente…

Evidentemente la rinascita, o quello che l’è, è abbinata al fascino della bicicletta…

Ricordo tanto tempo la mamma che piangeva, o almeno così mi sembrava, dopo aver visto “Ladri di bicicletta”. Poi successivamente la vedevo sorridente mentre stonata canticchiava: “Ma dove vai bellezza in bicicletta”.

Anch’io tanto tempo fa mi lasciai entusiasmare dalla bicicletta.

Ne comprai una da corsa. Ricordo perfettamente che era di colore rosso. Rosso fuoco. Bellissima. Ruote sottili. I raggi sottilissimi. Sembravano fili d’argento. Il manubrio in alluminio, con i manici ricurvi, fasciato non so come ma soprattutto con che cosa ma senza il “cambio”. Solo le manopole, o come si chiamano, per azionare i freni. Se ricordo bene, la destra frenava la ruota posteriore, la sinistra quella anteriore. Io, comunque, per non sbagliare, le tiravo entrambe. Talvolta con forza e la bicicletta si impiantava o faceva quello che più le pareva. I piedi si dovevano infilare in una specie di imbracatura da regolamentare sui pedali. Non era un lavoro semplice: bisognava mettere il piede con la scarpa sul pedale in quella gabbietta e tirare i cordoni. Un casino.

Il sellino era piccolissimo. Rigido. Scomodissimo. Faceva un male boia. Se non ricordo male non aveva nessun dispositivo luminoso ma non erano necessari perché la sera si andava in balera, soprattutto per ammirare quegli enormi fiori o altrettanto fiocchi nei capelli, generalmente sulla tempia destra…e la bicicletta rimaneva chiusa in garage.

La “catena”, o come si chiama, adeguatamente “ingrassata” nella ruota dentata, o come si chiamava.

Chiaramente indossavo i pantaloncini bianchi corti e la maglietta a mezze maniche blu e sulla schiena la predisposizione per la borraccia per l’acqua. Un disastro.

Una domenica mattina verso le nove, nove e mezza la prima uscita. Ero da solo. Avevo pensato di andare a prendere un caffè in un paesino più o meno sperduto sulla montagna.

Montai sulla bici. Era scomoda. Non trovavo una posizione adeguata e che non facesse male su quel mini sellino. Dopo la terza pedalata mi ero pentito dell’acquisto, anche perché, a quel tempo, non c’erano incentivi, sconti o agevolazioni e se non ricordo male, anzi ricordo perfettamente che l’avevo pagata un botto. Senza nemmeno la pedalata assistita.

Ma era una bellissima bicicletta di marca.

Comunque mi incamminai. Non avevo preventivato che era pure, piuttosto, faticoso. Pedalavo sul ciglio della strada intanto che le auto strombazzando mi sorpassavano. Non potevo nemmeno mandarle affanculo perché avevo le mani occupate e strette sul manubrio. Pedalavo. Ansimavo. Sudavo. Un mix di cose che mi dava un tremendo fastidio, ma, sempre per quel famoso equilibrio, non potevo lasciare la presa. Non so esattamente per quanto tempo avessi pedalato. A me sembrava una eternità.

Dopo una piccola salita e una curva finalmente una discesa. Era una discesa ripida. Sul ciglio della strada c’era il ghiaino. Non l’avevo mai visto prima eppure ci passavo più volte al giorno…ma ero seduto comodamente alla guida della mia auto.

La strada, sempre più pendente, era un susseguirsi di curve. Ad un certo punto era una curva unica. Tutte le auto e gli “automotomezzi” in genere si sentivano in obbligo di strombazzare quando mi sorpassavano. Non so come, ma ad un certo punto, le ruote della bicicletta si infilarono sul ghiaino…e traballante uscì di strada. Incominciai a ruzzolare in una ripida scarpata. Dopo aver ruzzolato chissà quante volte finalmente mi fermai. Il braccio destro era tutta una escoriazione. Esattamente come le cosce, le ginocchia sbucciate e sanguinanti.

Mi resi conto che avevo perso la borraccia dell’acqua. Per fortuna poco più sotto scorreva un ruscello.

Mi rinfrescai. Infine recuperi la bicicletta e la borraccia. Mi resi conto che la catena si era sfilata.

Con la bici sulle spalle mi rimisi sulla strada.

Non mi ricordo come ma finalmente giunsi a casa dove qualcuno mi fece vedere che mettere a posto la “catena” era una emerita cazzata ma…non era “cosa mia”.

Oggi, a pare tutti vogliano andare in bicicletta e si può dire: a si? Vuoi la bicicletta…pedala.

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c.v.d.

Come volevasi dimostrare.

Ancora una volta, urbi et orbi, con il naso all’insù per vedere un meteorite a forma di supercazzola interplanetaria con scappellamento bilaterale: cioè a seconda delle priorità o delle necessità del momento una volta a destra e una volta a sinistra, qualche volta, o meglio il più delle volte diritto al centro, ha invaso l’etere con il solito fumo dall’odore di manna ma…solo a babbo morto.

Un profumo intenso di manna si è sparso nell’aria.

Un dolce delicato profumo di: aria fritta ma solo per quelli di bocca buona; flambé, per i palati più esigenti e o raffinati. Almeno così credono e lasciamocelo credere…

E tutti, buoni buoni zitti zitti in fila per tre, chi con i sacchi e chi con le sporte, per cercare di raccogliere chi con disinvoltura e nonchalance chi invece ad arraffare con ingordigia la tanta grazia caduta dal cielo. Bhe caduta…che cadrà. Quando non si sa…vedremo.

Intanto si preparino i sacchi e le sporte.

Da buon cristianucci è auspicabile costruire non uno ma più di un ponte. Tanto per iniziare come minimo ad otto corsie: quattro per andare anche se non si sa dove e quattro per venire. Forse quattro corsie sono sicuramente poche ma è pur sempre meglio che niente.

Per il momento, e come al solito, ci si è affannati a riempire dei sacchi e delle sporte di tante e solo chiacchiere. Parole a base di futuro semplice cioè a babbo morto…povero babbo.

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Un qualcosa di magico.

È indubbio che nel constatare il continuo evolversi della situazione c’è un qualcosa di strabiliante.

Un qualcosa di magico.

Un qualcosa che, pur non volendo essere blasfemi, sa di miracoloso.

Un qualcosa comunque di misterioso e affascinante.

Un arcano che lascia sbalorditi senza fiato e senza parole.

Altro che “marketing” o come suggerisce il traduttore simultaneo: “commercializzazione, diffusione sul mercato”. È stata un’operazione di marketing al di fuori di ogni aspettativa… ed è questo che lascia perplesso e preoccupa.

Vedere a bocca aperta un illustre sconosciuto che, in breve tempo o stretto giro di posta, soprattutto per circostanze di tempo o di Fato (ed è questo che preoccupa), abbia messo i propri “sponsor” cioè, sempre come dice il traduttore: i finanziatori, i promotori, i garanti, i…padrini del progetto e poi, con l’aiuto del Fato anche se una spintarella è stata data da quell’opportunismo sfacciato, senza regole e men che mai di dignità, li abbia messi, prima delicatamente agli angoli e poi con una pacca sulla spalla a uno e uno sgambetto all’altro li ha delicatamente e definitamente buttati fuori dalla porta, o, una volta per sempre o una volta per tutte, buttati fuori dai piedi o tolti dalle palle.

Ma la cosa che più intriga è come vedere Topolino, Paperino o Nonna Papera, sfilare la matita dalle dita di Walt Disney, cioè dalle dita dell’ideatore, dell’animatore, del disegnatore e dire gentilmente: sorry fuori dalle palle da oggi faccio io.

Faccio da solo.

È meraviglioso.

Ma è soprattutto qualcosa di surreale ovvero “surreal” tradotto in inglese. E il bello, e bello è un eufemismo, non si sa se ridere o piangere…o “to laugh o to cry” come dice il traduttore simultaneo.

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Addio sogni di…

Distrutti. Frantumati. Polverizzati. O, come in quel antico gioco di una “battaglia navale”: colpiti e affondati. Accompagnati malinconicamente al deposito, come fosse un mortorio con tanto di pompe funebri, col ritornello di un’antica canzone…”Addio sogni di gloria”.

Addio sogni, anche se non proprio di gloria, sicuramente molto più modesti e impregnati da qualcosa simile alla lealtà, alla fiducia, all’unita’ di intenti.

E si. Sogni di Equità, di Giustizia sociale, di Fratellanza, di condivisione.

Sogni di Rinascita…

Sogni infranti miseramente sugli scogli della supponenza e arroganza di sempre, sempre la solita, dell’avidità e dell’ingordigia mai abbastanza, mai troppa ma soprattutto dai tanti squallidi opportunismi: quelli di sempre mai abbastanza, mai troppi, mai sconfitti.

Non c’è che dire, andato irrimediabilmente in fumo quell’attimo di pura illusione, alimentato peraltro dal calore di un fuoco fatuo, ci si ritrova smarriti, soli, in un dedalo buio.

Smarriti si brancola da soli nel buio mezzi rincoglioniti, o rincoglioniti del tutto, dal chiacchiericcio vanaglorioso e inconcludente degli uni contrapposto a quelli degli altri.

Soli e smarriti ma soprattutto sconcertati dal trasformismo di un nugolo di menestrelli o una banda di mezzecartucce che dir si voglia che, calata la maschera con tutto il velo o il mantello di ipocrisia, si mostrano sprezzanti, e ormai senza pudore giocano a carte scoperte con tutta l’alterigia del momento, con tutta la forza delle mezze banderuole camaleontiche. E, in questo marasma dove affondano miseramente valori e ideali, l’unica certezza è…l’incertezza.

L’unica certezza è quella di affidarsi ancora una volta o come sempre: chi al Fato e chi…alla Divina Provvidenza.

E si, al bando e addio sogni di gloria, è giunta l’ora della Rinascita, della Speranza o…della merenda.

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Dal 3 finalmente si apre…

Dal 3 finalmente si apre, o si riapre, anche se non ho ancora ben capito non quando posso ma soprattutto dove posso andare per una tintarella rilassante e corroborante.

Ad ogni modo, e a scanso di equivoci, ho preparato la valigia gialla, (quella di un lungo viaggio) e, per non dimenticare o lasciare niente al caso, ho messo sul letto e ben visibile la dotazione individuale di mascherine usa e getta, cioè un congruo numero di quelle da 50cent e passa per quando si esce momentaneamente per un caffè e una brioche; un congruo numero di mascherine color tintarella graduate per quando si prende il sole sulla spiaggia o sugli scogli, assistenti vari sia pur sorridenti ma soprattutto permettendo; una quindicina di mascherine griffate per le sere al ristorante o magari per una capatina in chiesa, sempre assistenti vari sia pure sorridenti ma soprattutto permettendo; un contenitore da 10litri di disinfettante al profumo di sottobosco alpino in caso di una botta di nostalgia; una scatola da 20 contenitori di fazzoletti igienizzanti all’essenza di fragole per combattere le zanzare; un contenitore gigante contenente flaconi da passeggio di Amuchina; pezzuole disinfettati per gli occhiali da sole e altrettanto per gli occhiali da vista. Una borsa a tracolla per eventuali e varie dell’ultima ora.

Una valigia rossa e molto più piccola per la biancheria intima, vestiti e magliette.

Siccome sono fedele a quel motto: “sopravvive chi pensa e prevede in tempo”, per evitare qualsiasi eventuale inghippo ho preparato, in duplice copia, le dichiarazioni dei redditi degli ultimi cinque anni per non aver problemi per l’incentivo di 500 euri (o lo sconto) anche se non ho capito se con IVA o meno ma soprattutto se parliamo di un contributo giornaliero o peggio che andar di notte… settimanale.

Inoltre, per non dover stare, eventualmente, a discutere con i solerti misuratori di febbre mi sono fatto rilasciare, da chi di dovere, un pedigree di sana e robusta costituzione fisica tradotto in inglese, francese, tedesco, olandese, ceco, slovacco, rumeno e …greco.

Per il momento, anche se non credo sia tutto, ma il grosso è fatto.

Ora speriamo che qualcuno mi faccia un prestito, un fido, un mutuo o una…fideiussione.