Ernesto Serpe

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Certo è..,

…che nel vedere le piazze piene, affollate, come capitava una volta da bambino con la vecchietta che seguiva tutti i comizi e, in prima fila, batteva le mani a tutti, sia all’uno che all’altro, e sospirando diceva: “Bravo, che bravo, come parla bene…parla proprio come il mio povero Cecco.”

Una sera: all’epoca i comizi si svolgevano di sera, e si andava anche per passare una serata seduti fuori dal bar in allegria, un tizio si rivolse alla vecchietta e chiese: “Signora scusi l’impertinenza…ma chi è Cecco?” La vecchietta, sospirando con le lacrime agli occhi disse: “Cecco era il mio povero marito, pace all’anima sua, di giorno, mi prometteva mare e monti e la sera, a letto, appena mi giravo mi…faceva vedere le stelle.”

Barzellette a parte si capisce chiaramente che, come una volta, la gente si vuole aggrappare ad un filo di speranza.

Vuole a tutti i costi aggrapparsi ad una persona “carismatica”. Ad una specie di Mose’ dei giorni nostri da seguire.

E intanto che qualcuno ha preferito scegliere, giustamente, la strada dei sogni nel cassetto e come Geppetto armeggiare con pialle e seghe ha lasciato spazio, ha dato mano libera a qualcun altro che indichi la strada e…che domini il mare.

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Intanto che Nerone…

Intanto che Nerone, sia pur stonato come si suol dire “come una campana”: cetra alla mano se la cantava e se la suonava, nel Colosseo si dava ancora una volta, o come sempre, il meglio di se in quanto a crudeltà e fantasia. Si gioiva nel procurare una morte lenta, tra spettacoli raccapriccianti e il piacere sadico, nei confronti dei “primi” cristiani ritenuti gli incendiari di Roma.

San Pietro, considerato a ragione un Personaggio importante, essendo stato l’ultimo testimone che aveva avuto, in vita, il Privilegio di conoscere Gesù, su consiglio dei capi cristiani dell’epoca, si convinse, suo malgrado, ad allontanarsi da Roma…ad abbandonare in un certo senso al proprio destino, le “sue pecorelle”.

Strada facendo, sulla via Appia, sui grandi lastroni di roccia basica incontrò un Giovane che per tutta una serie di motivi inizialmente non si fece riconoscere.

Ma poi, parlando parlando, nel momento in cui San Pietro lo riconobbe si inginocchiò e disse:

“Quo vadis, Domine?” (Signore dove vai?)

Il Giovane rispose: “Eo Romam, iterum crucifigil” (Vado a Roma, per essere crocifisso nuovamente)

In base a questa risposta San Pietro comprese che non doveva scappare; di non abbandonare e lasciare sole le sue pecorelle. E, decise di ritornare a Roma ed accettare quindi il martirio.

Ritornò a Roma infatti e quando fu per essere martirizzato chiese, e fu esaudito, di essere crocefisso a testa in giù perché, disse, di non essere degno di morire come Gesù.

Se ora qualcuno mi chiedesse:

“che vuol dire?”

Io gli potrei rispondere tranquillamente: non lo so!

Forse il “messaggio” consiste, o vuol dire, di non lasciare, di non abbandonare a se stessi, soprattutto nelle ore più terribili, le più crudeli, le più difficili…chi crede in te.

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E dire che…

E dire che dopo tanto tempo si era fieri ed orgogliosi della “Nazionale”.

Ma è avvilente, più che altro incomprensibile, il gioco della melina soprattutto perché è una partita da giocare all’attacco, esattamente così, come si era partiti. A testa alta ma decisi contro un blob di opportunismi e i tanti falli, fischi e applausi per rigori inesistenti.

Ed è per questo che fa male, perché di questi “tiretti” o giravolte a mo di sgambetti tra l’ala destra e l’ala sinistra che dimentichi o strafottenti portano inevitabilmente alla mente tristi ricordi di vecchi carrozzoni dal fetore di muffa, di ragnatele e di stantio. Vecchia caratteristica di una vecchia generazione ormai putrefatta e francamente di ciò, il pubblico sugli spalti, ne ha le palle piene.

Certe entrate a gamba tesa fanno il gioco, ma solo per poco, degli ultras sulle curve ma hanno ormai quasi rotto i coglioni al pubblico. A quelli che portano la nonna, la mamma e che spera per la figlia: il solo, il solito a pagare, ma come sempre ignorato. Bistrattato.

Ma che, meschino, era sugli spalti ad aspettare speranzoso da qualche anno…da tanti anni. Troppi.

Ma quello che più da incazzare e che si stava riscoprendo il valore dell’unità nazionale. Si parlava con orgoglio di nazionalismo, di sovranismo, di un ritrovato orgoglio populista ma ecco che di punto in bianco certe uscite che sanno più di entrate a gamba tesa; non sono gradite ma soprattutto non sono comprese né accettate. Perché si offre il fianco, come tanti dilettanti allo sbaraglio, ammoniti per di più al fisco del “fuori gioco”.

Gioco inutile e sbarazzino a totale favore di chi, oltretutto e oltremodo viscido, giace e soggiace sotto il giogo della menzogna o per la libidine di una critica di qualche altro inutile commentatore della domenica in attesa del passo falso. Dell’autogol.

È incredibile.

È inammissibile.

È imperdonabile.

Sono falli inutili, che fanno solo danno o peggio, fanno solo il gioco degli avversari.

Si offre il fianco e si regala agli avversari uno spazio immotivato, anche e soprattutto perché, diciamocelo, non prendono palla, non hanno più preso palla ma così facendo si possono almeno divertire a beffeggiare.

Ma pensa te.

Diciamocelo chiaramente e a voce alta: è mortificante non sapere, ma soprattutto a non capire a gioco si stia giocando.

Il tutto, solo a discapito della povera “Nazionale” che, oltretutto, stava giocando, stava segnando e…stava vincendo.

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5 maggio

“Ei fu.”

Finalmente immobile.

E si spera non possa più rompere i…zibidei e come un vecchio pupo siciliano che ha fatto la sua ora

senza più fili

senza più le tante piume

infilate sull’elmo in testa,

adagiato, in soffitta a riposar

sotto tre dita spesse, tra ragni e ragnatele

ben nascosto dentro,

ma, soprattutto muto, in uno scatolon.

Cantare tutti insiem in coro

salmi festanti come diceva un grande filosofo: “chi avuto ha avuto, ha avuto e chi ha dato ha dato, ha dato”.

Con meritato lungo sospiro,

allegra

e per niente scossa,

“la terra al nunzio sta”,

Affatto muta

anzi scompisciandosi dalle risate pensando e ripensando alle ultime cazzate di quell’om…fatale.

Che…chissà se ha capi’

che la sua orma

non è di piè immortale

e la cruenta polvere

prima o poi calpestar dovrà.

Una, infilata all’altra, come una lunga collana di castagne, cotte a vapor,

le tante cazzate dette

o ancor peggio fatte, e fatte fare, motivo per cui non era imprevedibile lo sconquasso.

Memorabile la batosta

“dalle Alpi alle Piramidi”,

e ci si scompiscia dalle risate “dal Manzanarre al Reno”.

E già!

Per ben “due volte nella polvere”

e speriamo mai più sugli altari

e fidati…sta bene dove sta!

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“Dio perdona…io no”. Anzi dipende!

A quanto pare, sembra, che le pratiche di difesa personale siano garantite e possono essere messe in atto, ma solo solo a determinate condizioni ma soprattutto nelle ore notturne, quindi, come per determinate e specifiche attività lavorative, quali: panettieri, guardia medica e metronotte, orologio alla mano ci si può difendere dalle ore 22,00 della sera alle ore 06,00 del mattino…con l’ora legale si spostano le lancette dell’orologio, avanti di un ora; la si recupera poi alla fine d’ottobre con il ripristino dell’ora solare.

Non è contemplata la domenica, perché si spera si sia tutti più buoni.

Ma per i giorni festivi o festivi infrasettimanali ci si affida come al solito: “speriamo non succeda proprio oggi, che è festa nazionale”.

Le categorie sindacali, con il pugnale tra i denti, sono già in agitazione affinché sia previsto il sacrosanto diritto ad un mezzo riposo settimanale. Chissà, magari si potrebbe optare per la notte del lunedì, anche se si accavalla a quella che, da sempre, è santificata dai barbieri.

4 maggio 2017

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Nel leggere…

Nel leggere taluni commenti o nel sentire alcune affermazioni mi è venuta voglia di sfogliare il vocabolario e alla voce “Umiltà” spiega: “Virtù per la quale l’uomo riconosce i propri limiti, rifuggendo da ogni forma d’orgoglio, di superbia, di emulazione o sopraffazione.”

Alla voce “Lealtà” dice: “Onestà dichiarata e ammirevole, costantemente associata a franchezza o a sincerità.”

Successivamente al termine “Arroganza”: “Senso di superiorità nei confronti del prossimo, che si manifesta con un costante disdegno e un’irritante altezzosità….l’arroganza del potere: il comportamento di chi lo esercita in maniera così sprezzante, da non tenere in nessun conto suggerimenti, proposte o richieste delle minoranze o delle opposizioni, anche se giuste.”

Per finire o “dulcis in fundo” “Il dolce (viene) in fondo”: proverbio del latino volgare spesso citato per indicare qualcosa di bello (o, antifrasticamente, di brutto) che arriva ultimo e inatteso la Vanagloria: “Accentuato compiacimento di sé, che, pur senza alcun fondamento di meriti effettivi, determina una smodata ambizione.”

Si potrebbe continuare…ma c’è sempre chi fa orecchie da mercante: “Nel linguaggio comune, la locuzione fare le “orecchie da mercante” indica l’atteggiamento di chi, per proprio comodo, finge di non sentire, (di non vedere aggiungo io) o di non capire quello che gli viene detto.”

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Ma è normale?

Vabbè che ci è stato insegnato che bisogna, sempre, porgere l’altra guancia. Che bisogna, sempre, perdonare chi ci fa del male. Che bisogna, sempre, amare il “Prossimo” come se stessi. Che bisogna, sempre e soprattutto amare, anche, chi non ci ama: perché se si ama solo chi ci ama la cosa è scontata. È un po’ come dire: ti piace vincere facile?

Se si ama solo chi ci ama non ha nessun merito. Nessun valore perché la cosa è normale anche perché è reciproca.

E, proprio qui sta la fregatura: è umanamente impossibile amare tutti perché, diciamocelo tranquillamente, qualcuno sul cazzo, o in quei paraggi, ci sta sempre e forse più di uno, ma non per questo lo si deve per forza odiare.

Anzi: lo si tollera. E la differenza sta tutta qui.

Forse, e visto i tempi che corrono, più che invogliare ad “amare” sarebbe più che sufficiente invogliare a: “rispettare”.

Rispetta il prossimo tuo come te stesso.

E anche qui, la vedo dura: per un vivere felici e sereni, ci sarebbe una lunga sfilza di cose da fare e il più delle volte da non fare. Da dire e il più delle volte da non dire…

Però, anche con il “rispetto” siamo sempre alle solite e cioè: il rispetto “deve” essere reciproco, o stando alle diverse scuole di pensiero perbenista, mondialista e chi più ne ha più ne metta si è più propensi per il “dovrebbe” essere reciproco? Ma, come spesso accade, il più delle volte, il “rispetto” è un optional unilaterale. È un accessorio a senso unico o a “fondo perduto” nel senso che a taluni è ammesso o permesso tutto e ad altri, in virtù della propria Fede, dei propri Principi, dei propri Valori e della propria Morale non solo non è ammesso niente ma, addirittura, pensa te, si deve nascondere per un malinteso senso dell’ospitalità, dell’accoglienza e per un malinteso senso…di tutto.

Ma è normale?

E se io, come dire, sono un cristianuccio medio, un cristianuccio così così, un cristianuccio senza troppo impegno ma sono un cristianuccio con un profondo e sentito senso civico, posso per questo pretendere lo stesso rispetto, o solo perché sono una persona educata, o per il solo fatto di essere una persona e perdipiù educata, debba essere discriminata o essere addirittura additata come qualcosa di strano, un fenomeno da baraccone e, per questo, sbeffeggiata?

Ma è normale?

O solo perché non sono figlio di mia nonna, o altro, mi debba per questo vergognare di avere un uomo come padre e una donna come madre?

Ma ci siete o ci fate?

Ci è anche stato insegnato che occorre aiutare, sorreggere e:

dare da mangiare agli affamati;

dare da bere agli assetati;

vestire gli ignudi; alloggiare i pellegrini…ma anche di visitare i carcerati ed infine seppellire i morti.

Ci sta, anzi, posso essere anche d’accordo però mi chiedo: visto che sono così tanti e con qualcuno o forse più di qualcuno che come si suol dire “ci marcia”: vogliamo una volta tanto anche…visitare i carcerati?

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1 maggio

“Primo maggio su coraggio”…prendi la vanga, lascia il cilindro, il bastone e il mantello, ma dove caxxo è finita la tua falce e il martello?

Ti hanno rubato perfino la scopa, rotto il bancone, spezzato il piccone, ti resta solo una sega…ed in mano un cappello.

Primo maggio…non posso nemmeno viaggiare, ti hanno tarpato e non solo le ali, non posso volare, ma non stare a sognare… ricomincia a pensare.

“Primo maggio…su coraggio”, queste quattro scartine, spero domani,

con l’aiuto di Dio, e di un gioioso sciacquio, scartate, finalmente saranno…buttate, gettate e nell’oblio. E, una volta per tutte,finalmente scordate.

Primo maggio…su coraggio!

È giunta l’ora per questi quattro cialtroni; senz’arte né parte, inutili, ma, insaziabili, voraci papponi di sempre.

Primo maggio… Cosa c’è? Non c’è più coraggio?…si lo so: ti hanno oscurato, trasformato, distrutto, ma non frantumato del tutto…

Osanna la penna spuntata, di quattro affamati, meschini, piccioni gruganti, nelle mani di altrettanti non solo cialtroni ma veri briganti.

Primo maggio, fatti coraggio non è ancora calato il sipario sul sogno di ieri: lordato di sangue, di tanto sudore per tuo figlio, oggi dottore e per un futuro che per te speravi migliore…

Primo maggio, su coraggio…

Alza la testa, riprendi il tuo antico coraggio…e con onore e vigore ricomincia a volare ma fammi un favore, piscia in testa come la canta De Andre’, a questi “quattro infamoni, briganti, papponi, cornuti e lacchè”.

Primo maggio su tranquillo: tornerà…

Foto dal Web .

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È solo…feeling.

Con l’effetto di una supercazzola con più di qualche scappellamento soprattutto a sinistra, un po’ alla volta e piano piano, si è partiti da una convergenza trasversale o se vogliamo bilaterale ma parallela che si è tramandata, supinamente e senza battere ciglio, senza problemi o proteste di sorta da qualche anno a questa parte.

Ed ha avuto, e forse ancora possiede, le ottime qualità del consociativismo opportunistico che, il più delle volte, sfocia nella magia del trasformismo. Ma soprattutto ha dato spazio agli abili giocatori delle tre carte: ai dotti prestigiatori del lessico-linguistico. E che un po’ alla volta, piano piano, ma è tutto qui “the problem” che mi fa incazzare, ci si è lasciati condizionare, o meglio ci si è fatto abbindolare o ci si è fatto prendere per i fondelli che dir si voglia. Inizialmente con il “pullover”: “quello che mi hai regalato tu” per arrivare al cardigan che inevitabilmente ci ha portato a fare il tifo per i gilet.

Si è lasciato spazio ai francesismi prima e agli inglesismi poi. E, per stare al passo con i tempi, come una spugna assorbire tutto quello che ci circonda e che non ci appartiene: come oscurare i crocefissi. E spruzzare via, di conseguenza, tutto ciò che di buono ci appartiene non tanto perché ce lo siamo conquistato ma perché qualcuno ce l’ha lasciato in eredità.

Si è passato in un batter d’occhio dal vernissage al caprice des dieux e dal mon dieu a parbleu. Si è passato dal pullover al trench: un omaggio agli ufficiali inglesi caduti in trincea…

E, in una giravolta, o peggio in un marasma sempre crescente ci si è lasciati condizionare dal marketing o peggio dal neuromarketing: una branca della neuroeconomia che applica la neuropsicologia e le neuroscienze: lo studio del campo di ricerca del marketing che studiando tutta una serie di problematiche conoscitive ma soprattutto affettive dei consumatori, ha lo scopo, o la magia, di spingere all’acquisto.

E si è finiti pensa te, al Jobs Act e al famigerato spread.

Senza contare poi la spending review e la flat tax.

Intanto che ci si pavoneggia con il traduttore simultaneo per camuffare l’esborso in un ticket gli altri, gli amici e gli amici degli amici, per il famoso principio di reciprocità, utilizzano i famosi italianismi: mafia, spaghetti e talvolta…maccaroni.

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Finché c’è vita c’è speranza

Che dire…è sempre più avvilente.

È più che sconcertante nel marasma il balletto di Salomè, che lascivo, peccaminoso ma proprio per questo sempre attraente, ha un solo scopo, o un solo movente, ottenere la testa di Giovanni in un piatto d’argento: il delitto perfetto.

Perché intanto che qualcuno nel più bello della storia, o della lotta, ha mollato la presa per seguir “virtude e conoscenza” come per dire: annate avanti voi che a me, me vien da ride; qualcun altro ancora, sia pur “illustri sconosciuti” al loro stesso condominio si son messi di punto in bianco al giogo per le tre carte e qualcun altro, finalmente, ha scoperto finanche il mare.

Si è lasciato spazio alle tarantelle tra chi vendeva fumo alla faccia di chi fatica e non sa vendere nemmeno un cosciotto d’abbacchio arrosto lasciando, peraltro spazio alla ripicca e si lascia danzare imperterriti tra chi è pro, tra chi è contro, tra chi è confuso, tra chi non sa, da che parte stare. Ma intanto continua a sperare in un condottiero se non proprio senza macchia almeno…senza paura.

Ma una cosa la si sa, è certa: così, con questo passo di danza, non si va da nessuna parte. Anzi si va a sbattere contro chi già sta gongolando. Contro chi, sbavando, si sta strofinando le mani…intanto che il boia affili la spada.

E si. È la trama di un vecchio film: Giovan Battista il decollato.

Ma per chi è avvezzo, o peggio disilluso, è alla pari di una commedia tragicomica già vista e rivista o trita e ritrita…il cui penoso, buffo, comico “The End” aveva lasciato spazio ad un lungo sospiro di sollievo e fatto sperare in un accordo, in un accenno di cambiamento, in due parole: una rinascita.

Peccato; si è scherzato e, per il “Sentiero Italia”, ancora una volta si continua ad arrancare o a zoppicare a piedi nudi, o in bicicletta al buio e contro mano. Intanto c’è chi, per timore si sfila il crocifisso dal collo e fa i debiti scongiuri: sai com’è con un “occhio malocchio tra prezzemolo e finocchi” è meglio non sfidare la sorte. E sconsolato per eventuali morsi, con i tanti dubbi e qualche paure una certezza: domani, per andare al lavoro, chi ce l’ha, la benzina è stabile su 2€ pari a quattromila delle vecchie lire…mica male!

E il cambiamento? E che fretta c’è! Ancora una volta, per un capriccio, o che ne so, ancora una volta si può attendere…e finché c’è vita c’è speranza.