Ernesto Serpe

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Intanto che Nerone…

Intanto che Nerone, sia pur stonato come si suol dire “come una campana”: cetra alla mano se la cantava e se la suonava, nel Colosseo si dava ancora una volta, o come sempre, il meglio di se in quanto a crudeltà e fantasia. Si gioiva nel procurare una morte lenta, tra spettacoli raccapriccianti e il piacere sadico, nei confronti dei “primi” cristiani ritenuti gli incendiari di Roma.

San Pietro, considerato a ragione un Personaggio importante, essendo stato l’ultimo testimone che aveva avuto, in vita, il Privilegio di conoscere Gesù, su consiglio dei capi cristiani dell’epoca, si convinse, suo malgrado, ad allontanarsi da Roma…ad abbandonare in un certo senso al proprio destino, le “sue pecorelle”.

Strada facendo, sulla via Appia, sui grandi lastroni di roccia basica incontrò un Giovane che per tutta una serie di motivi inizialmente non si fece riconoscere.

Ma poi, parlando parlando, nel momento in cui San Pietro lo riconobbe si inginocchiò e disse:

“Quo vadis, Domine?” (Signore dove vai?)

Il Giovane rispose: “Eo Romam, iterum crucifigil” (Vado a Roma, per essere crocifisso nuovamente)

In base a questa risposta San Pietro comprese che non doveva scappare; di non abbandonare e lasciare sole le sue pecorelle. E, decise di ritornare a Roma ed accettare quindi il martirio.

Ritornò a Roma infatti e quando fu per essere martirizzato chiese, e fu esaudito, di essere crocefisso a testa in giù perché, disse, di non essere degno di morire come Gesù.

Se ora qualcuno mi chiedesse:

“che vuol dire?”

Io gli potrei rispondere tranquillamente: non lo so!

Forse il “messaggio” consiste, o vuol dire, di non lasciare, di non abbandonare a se stessi, soprattutto nelle ore più terribili, le più crudeli, le più difficili…chi crede in te.

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