Ernesto Serpe

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Che dire…

Che dire…indaffarati come sono ”in altre faccende affaccendati” che non si accorgono nemmeno che, anche, la terra trema e si tengono tutti stretti per le palle, l’uno aggrappato all’altro, o gli uni a guinzaglio degli altri e viceversa: tutti insieme disperatamente.

Aggrovigliati.

Intanto che negli orti degli ulivi Qualcuno, come al solito, suda sangue, altri imperterriti continuano a fare, sempre e comunque, quello che hanno sempre fatto: esattamente come gli pare, come se nulla fosse…come se non dovesse mai arrivare la sera. O peggio la notte: lunga, buia, fredda, gelida notte.

Come se non dovesse mai arrivare il conto, anzi, imperterriti se ne sbattono altamente le palle e danzando ipocritamente nel rito mistificatore sono certi che: io perdono te, tu perdoni me. Io assolvo te, tu assolvi me. E viceversa.

Come un nugolo di corvi e o di cavallette sempre avvinghiati e osannati da un coro stonato di maggiordomi, lustrascarpe, ruffiani, saltimbanchi, papponi e lacchè che emettono suoni, o versi, a mo’ di ululato di lupo, sia pur ferito mortalmente, o mugugnano ipocrisia e sbavano rancorosi, ma per fortuna, fanno solo scompisciare dalle risate perché sono alla pari dei famosi “ruttini”, o peggio…flatulenze del nonno.

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