Ernesto Serpe

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Siamo alle solite

Siamo alle solite.

O, come disse qualcuno: come volevasi dimostrare.

Il solito, avvilente, sconcertante giochino o il teatrino, come diceva qualcun altro, degli ominichi&quaquaraquà.

I buoni propositi nella recita di Natale o della Befana di un guascone di periferia che si atteggia a Tommaso Aniello d’Amalfi, per gli amici e gli abbonati di TeleRobocop: “Masaniello”.

E cioè quello di prendere a pesci in faccia l’ombra di un caporale d’oltralpe, o suppergiù, inneggiando a tutta una serie di buoni propositi ma che poi restano solo: buoni propositi.

Perché poi a conti fatti, i conti non tornano, perché è la solita sceneggiata di routine: quella di mostrare i muscoli facendo i forti, non tanto con i deboli che tanto deboli non sono ma con chi obbedisce e sta alle regole per poi calarsi le braghe, non tanto con i forti che tanto forti non sono ma che le regole le hanno sempre ignorate.

E, della parodia sull’Uomo Ragno, resta solo un pugno di mosche qua e là sulla ragnatela.

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Finalmente…

Finalmente qualcosa di nuovo aleggia nell’aria: un olezzo magico di freschezza e di purezza.

Una fragranza.

Un “parfum à l’eau de concombres de mer” (profumo ai cetrioli di mare) la fin du monde.

Un profumo nuovo, inimmaginabile, di nettezza, di mondizia e di castigatezza.

Una prelibatezza che a prima vista può sembrare sprovvedutezza ma è ignobile e lungi da ogni sospetto solo l’idea che non sia, solo e soltanto, la consapevolezza: la causa di quella forzata ma per fortuna dimenticata inappetenza dovuta questo si per la ristrettezza o addirittura per la mancanza di una parte ma soprattutto per l’assenza di una piccola arte. E che ora, finalmente, sia pure senza arte né parte, s’apprezza e non c’è

inadeguatezza che tenga.

Un qualcosa di magico e di misterioso che non ha prezzo: il gusto sempre sognato ed agognato dello sforchettare.

Sforchettare sì, ma quello sforchettare che niente a che vedere, o peggio a che fare, con l’asprezza vile e popolare di quel becero masticare del popolino sempre pronto a chiedere, senza mai protestare e men che mai ottenere ed è ciò che sa di sale.

Ma è questa la magia o l’arcano che non ha prezzo: il gusto sempre sognato ed agognato dello sforchettare…alla faccia di Caino, Abele e di tutta la compagnia belante.

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Allegra brigata…

Intanto che qualcuno con una mano avanti e l’altra per precauzione dietro, solo, indifeso, frastornato arranca e brancola nel buio più fitto in attesa della terra promessa e aspetta&spera una potenza di manna 2.0 (e più), l’allegra brigata del circolo degli Scipioni tra vanità, alterigia e vanagloria, tra un’agape fraterna l’altra, rigorosamente vegana (e un “caliciotto” di quello bon), si prepara per un allegro giro giro tondo intorno al tronco. E annaffia, con amore e zelo, una tenera piantina per la festa degli alberi prossima ventura…a babbo morto.

Qualcun altro, di riffa o di raffa, scoperchia un vasino di Pandora e già un misterioso olezzo si spande nell’aria: una fragranza de parfum a’ l’eau de letam.

E, nell’attesa, anche che il bosco rinasca e il sottobosco rinverdisca, si fa strada tra le fitte e oramai rinsecchite sterpaglie con in una mano la falce e nell’altra il martello, una sagoma scompigliata dal caldo vento del west.

E qui le molteplici scuole di pensiero di dividono e si perdono in mille rivoli e in una resa dei conti…

Anche se a tutti gli effetti da qualche tempo non tutti i conti tornano anzi a conti fatti i conti non tornano specialmente quella sulla storiella di Mariella. Si Mariella la casta che orgogliosa e sfacciata confermò urbi et orbi: ammetto che sino quarant’anni son rimasta illibata…ma da quel giorno in poi non mi son più fermata.

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Era di maggio…

Era di maggio…il ritornello di una vecchia canzone romantica, neomelotica, o quel che l’è, napoletana, ripeteva con un velo di malinconia che era di maggio e, “a sciocche a sciocche, cadeano nzino le cerase rosse”, le ciliegie…

Era di maggio… e a proposito ho letto da qualche parte di Bücherverbrennungen”-roghi di libri. E, a tal proposito qualcuno ha scritto che: “Là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini”.

Era di maggio, precisamente il 10 del 1933 la Storia ricorda il più grande rogo di libri. Una brutta idea oscurantista organizzò un grande falò dove vennero ammassati e bruciati i libri ritenuti affetti da quello che fu definita “corruzione giudaica” e per questo considerati dai nazisti… “contrari allo spirito tedesco” e tra fumo, scintille e fiamme illuminò la notte più buia.

Poi ci si lasciò prendere la mano e dopo i libri, senza fiatare o batter ciglia, si lasciarono bruciare uomini, donne, vecchi e…bambini.

Era di maggio…

Il ritornello di una vecchia canzone…

E, ancor prima e ancor peggio, il 5 maggio del 1789 l’allora re Luigi XVI di Francia inaugurò gli “Stati Generali” ed è finita che qualcuno si lasciò prendere la mano e più di tanti, poi, persero la testa.

Anche se “domani è un altro giorno” oggi si lascia, senza protestare o senza protestare con convinzione, che si metta mano a “Via col vento”. Pensa te un film di quasi, o poco meno, di cent’anni fa. Anche se è una bella mattonata sulle palle di quattro ore e passa, un certo non so che, non permette di dire: “francamente me ne infischio”. Anzi, ci si rende conto che, rischiando, si sta raschiando il fondo di quel barile di ridicolaggine farcita con il fior fiore di pura ipocrisia.

Perché poi potrebbe essere il turno di quel Simone il Cireneo (Matteo 27:32) che poteva essere nero, ma, volendo o nolente e suo malgrado abbracciò il peso della Croce e da allora, è divenuto sinonimo di chi si sobbarca i pesi degli altri o fa da spalla o corre in aiuto verso chi è nel bisogno.

Sempre leggendo qua e là ho scoperto che: “la maggioranza delle persone citate nella Bibbia era semitica e pertanto avrebbe avuto una carnagione dal marrone chiaro al marrone scuro. Ma, nella Bibbia, non ha importanza il colore della pelle.”

E vorrei vedere…

Era di maggio…il ritornello di una vecchia canzone napoletana senza nulla togliere a…“è nato nu criatur e nato niro e a mamma o chiamm Ciro sissignore o chiamm Ciro…”

Perché poi dopo i film e canzonette domani occorre mettere mano anche su Calimero e la sua delusione…”è un ingiustizia però”.

Ma “domani è un altro giorno”.

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Al termine di…

Al termine di una giornata sotto il sole cocente di un giorno qualsiasi, di un mese qualsiasi, di un anno qualsiasi ma di un Era Preistorica, trascorsa a dare la caccia a qualcosa di commestibile, fece rientro nella sua caverna un homo. Non si sa sino a che punto erectus ma sicuramente un acuto osservatore del mondo circostante, ma soprattutto dotato di notevole vena o estro artistico.

Sasso alla mano, o quello che l’era, tra la folla dei soliti curiosi e dei critici feroci, incominciò a “graffittare” ed abbellire, quindi, il suo angolo di paradiso, la sua roccia di casa.

E con il suo sasso, o quello che l’era, fu il primo a riprodurre che so un mammut, o quello che l’era.

Per questa sua genialata gli homo erectus, confinanti nelle grotte vicine, lo invitavano a fare lo stesso nelle proprie grotte o nelle loro caverne.

Fino a che qualcuno lo imitò.

Forse cambiò persino tecnica.

Forse riuscì addirittura a far meglio…come qualcuno disse: “l’allievo ha superato il maestro”. Forse…non potrà mai essere soddisfatto perché senza il maestro, senza l’ideatore molto probabilmente quella caverna, oggi, sarebbe priva di graffiti.

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Intanto che…

Intanto che ancora una volta in nome di quel Popolo che, ieri più o meno come oggi o, esattamente oggi come ieri, non conta “una beata mazza”, la gloriosa armata Brancaleone, mostra i muscoli e si pavoneggia tra giravolte, inchini, baciamani, comparsate e voltagabbanate varie ed eventuali. Tutte rigorosamente con doppio salto raccolto all’indietro, triplo avvitamento e salto in lungo, salto in alto con l’asta, salto in largo come tanti saltimbanchi. Ed infine esausti, ma per niente esaustivi, vissero tutti felici e contenti sia pure con quei miseri “quattro salti in padella” ingollati, (sia pure ancora una volta) davanti, dietro e di lato ad un buffet.

Tutti rigorosamente in piedi con un piatto…rigorosamente spartano.

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Tra Storia e leggende…

Tra Storia leggende e credenze popolari talvolta si rivive, quel poco che è rimasto impresso nella memoria di un bambino o di un adolescente tra i banchi di scuola o davanti ad uno scatolone che chiamavano televisione per vedere vecchi telefilm in bianco e nero e con qualche pallino qua e là.

Ed è così che a casaccio, senza un ordine cronologico, senza una classifica rimbalzano alla mente rivoluzioni e rivoluzionari a ricordo di quella epoca spensierata che fu una bella giovinezza.

E, in una carrellata di miti ed eroi, si fa strada Robin Hood l’infallibile arciere: il prototipo dell’eroe che si barcamena tra la storia e la leggenda. Divenuto suo malgrado un bandito, costretto a rubare ai ricchi per sfamare i poveri un po’ come è capitato con un messere, uno dei tanti elemosinieri con la bisaccia e le gabelle altrui.

E poi Zorro: il nobile o fuorilegge mascherato che difendeva i suoi cittadini e le popolazioni indigene, autoctone, della California, contro funzionari corrotti e tirannici e altri criminali dell’epoca, da qui il proverbio: “tutto il mondo è paese”.

RinTinTin: il bellissimo cane pastore tedesco con il suo soldatino colonizzatore sempre accerchiato dagli indiani Apache o quel che erano. Sotto la guida di Toro Seduto erano sempre urlanti, sempre incazzati. Erano uomini seminudi, anche d’inverno: i famosi pellerossa. A dorso nudo con le piume di aquila nelle trecce. Con i loro visi, dai tratti duri da sembrare cattivi, dipinti con i colori di guerra o di appartenenza tribale. Per tanti anni erroneamente si è creduto fossero i malvagi, i cattivi, ma poi, col tempo e la ragione, si è capito che, poverini, difendevano la propria terra, i propri bisonti, la propria vita, la propria identità, il proprio destino e il proprio Manitu’…

Masaniello, per l’anagrafe Tommaso Aniello di Amalfi, non era un cantante neomelodico ma un pescivendolo che, esasperato dalle tante gabelle imposte dai governanti persino sugli alimenti di prima necessità, al grido “mora o malgoverno“ e, per ironia della sorte, afferrata una “tonnacchiella” prese a tonno in faccia un gabelliere rendendosi protagonista di una rivolta popolare.

Storie di rivolte e di rivoltosi che nulla hanno a che fare con le rivoluzioni, tipo “le quattro giornate di Napoli” e men che mai con le “cinque giornate di Milano” o le dieci giornate di Brescia o con la Madre di tutte le rivoluzioni…quella francese.

Solo che una volta, tanto tempo fa, anche non se non rigorosamente nello stesso periodo storico la gente era propensa all’incazzatura.

Oggi per fortuna non è più così.

Per fortuna ci si è evoluti, ci si confronta educatamente e si cinguetta come colombe sui “social”. Oggi per fortuna o per grazia ricevuta si è molto più uniti, legati da vincoli di amicizia e di solidarietà. Di sentita partecipazione e di fraterno aiuto e sostentamento e non ha più motivo l’esistenza di un Robin Hood né di uno Zorro, anche perché…gli impegni con gli estetisti e i barbieri non lo permettono.

Così come è inutile un RinTinTin colonizzatore, anzi, e al posto di un qualsiasi Tommaso Aniello da Amalfi, e del suo tonno, vuoi mettere ed è preferibile che so…un Messer Brancaleone da Norcia con tutta la sua gloriosa armata.

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Il tocco di re Mida.

Famoso era il “tocco” del re Mida. Chi non ricorda il famoso re Mida e la leggenda che qualsiasi cosa toccasse si trasformava in oro.

E già, tutto ciò che toccava si trasformava in quel metallo prezioso a differenza di talune mezzecalzette&affini che qualsiasi cosa tocchino si trasforma in una debacle, in una sconfitta, in una catastrofe, in un “whirlpool”: cioè in un mulinello fatto di proclami e di autocompiacimenti dal sapore di vanagloria e vanità per ipotetici risultati mai conseguiti, in un vortice di incapacità e di opportunismo, in un tornado di solitudine e disperazione alla pari di una catastrofe causata da un terremoto, o dal crollo di un ponte, e con essa resta solo solitudine, disperazione, promesse e chiacchiere ben presto dimenticate per opportunismo e…inadeguatezza.

In due parole in: una Waterloo.

E, per questo, il premio sarebbe quello da mandare tutti in esilio, non tanto su quell’isola Ilva ricca di ferro, cosi cara ai romani, ma su quella di Sant’Elena che ha visto gli ultimi sospiri…di Napoleone.

Ormai questi, tra giravolte, proclami e voltagabbanate varie non sono più credibili, anzi, solo a vederli danno un senso di “non so che” o forse si sa perfettamente: un immenso senso di vuoto.

Un senso di immenso fastidio.

Un senso di forte repulsione.

Un senso sempre più forte di allontanamento e di tanta…umana pietà.

Ma c’è qualcosa che in fondo in fondo rode e che tormenta: è la consapevolezza di essere presi per il culo da certe a dir poco mezze e inadeguate banderuole e che “l’amor proprio”, (inteso come autoconservazione e attaccamento alla vita), ripudia con forza.

Proprio non ce la fa.

E, in questo marasma, è indescrivibile l’indigestione, e indigestione è un eufemismo, ma basta pensare ai sintomi ed è una minima parte delle sensazioni che si prova allorquando, sbagliando canale, te li ritrovi con quei sorrisetti finti e ipocriti da pesci azzurri, sia pure per qualche frazione di secondo, giusto il tempo di premere il pulsante e cambiare immediatamente canale

anche se l’istinto guerriero sarebbe quello di tirare una scarpa…ma la tv schermo piatto 50 pollici, pagata con un piccolo anticipo e con trecento comode rate, ti guarda e ti dice: ma che sei scemo, lassa perdere, passerà come passa un improvviso crampo al polpaccio e quando è passato non resta nemmeno il ricordo.

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Andiamo bene…

… o siamo alla frutta.

Intanto che ci si schianta su Marte (almeno così dicono) si pensa di tirare fuori dal cilindro di Mago Merlino gli Stati generali: ossia il “conclave” del clero, nobiltà e borghesia – anche se il termine conclave come dice il traduttore simultaneo con vocabolario incorporato deriva dal latino cum clave, cioè “chiuso con la chiave” o “sottochiave”, (e qui il discorso, infarcito di opportunismi, si fa lungo e tortuoso), si ritorna al passato, agli anni bui, ad un passo dal concepimento della madre di tutte le rivoluzioni).

E con questo passo, un passo dopo l’altro, anche se conclamati esempi non mancano, ci si ritrova alla corte del Marchese del Grillo. Ad avallare quel feudalesimo con il Principe, il Papa, i Vassalli, i Valvassori, i Valvassini, i Gabellieri e i Servi della Gleba che, al grido del fedele maggiordomo: “s’è svejatoooo”…incominciano a vivere e a lavorare.

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Evidentemente…

Evidentemente la rinascita, o quello che l’è, è abbinata al fascino della bicicletta…

Ricordo tanto tempo la mamma che piangeva, o almeno così mi sembrava, dopo aver visto “Ladri di bicicletta”. Poi successivamente la vedevo sorridente mentre stonata canticchiava: “Ma dove vai bellezza in bicicletta”.

Anch’io tanto tempo fa mi lasciai entusiasmare dalla bicicletta.

Ne comprai una da corsa. Ricordo perfettamente che era di colore rosso. Rosso fuoco. Bellissima. Ruote sottili. I raggi sottilissimi. Sembravano fili d’argento. Il manubrio in alluminio, con i manici ricurvi, fasciato non so come ma soprattutto con che cosa ma senza il “cambio”. Solo le manopole, o come si chiamano, per azionare i freni. Se ricordo bene, la destra frenava la ruota posteriore, la sinistra quella anteriore. Io, comunque, per non sbagliare, le tiravo entrambe. Talvolta con forza e la bicicletta si impiantava o faceva quello che più le pareva. I piedi si dovevano infilare in una specie di imbracatura da regolamentare sui pedali. Non era un lavoro semplice: bisognava mettere il piede con la scarpa sul pedale in quella gabbietta e tirare i cordoni. Un casino.

Il sellino era piccolissimo. Rigido. Scomodissimo. Faceva un male boia. Se non ricordo male non aveva nessun dispositivo luminoso ma non erano necessari perché la sera si andava in balera, soprattutto per ammirare quegli enormi fiori o altrettanto fiocchi nei capelli, generalmente sulla tempia destra…e la bicicletta rimaneva chiusa in garage.

La “catena”, o come si chiama, adeguatamente “ingrassata” nella ruota dentata, o come si chiamava.

Chiaramente indossavo i pantaloncini bianchi corti e la maglietta a mezze maniche blu e sulla schiena la predisposizione per la borraccia per l’acqua. Un disastro.

Una domenica mattina verso le nove, nove e mezza la prima uscita. Ero da solo. Avevo pensato di andare a prendere un caffè in un paesino più o meno sperduto sulla montagna.

Montai sulla bici. Era scomoda. Non trovavo una posizione adeguata e che non facesse male su quel mini sellino. Dopo la terza pedalata mi ero pentito dell’acquisto, anche perché, a quel tempo, non c’erano incentivi, sconti o agevolazioni e se non ricordo male, anzi ricordo perfettamente che l’avevo pagata un botto. Senza nemmeno la pedalata assistita.

Ma era una bellissima bicicletta di marca.

Comunque mi incamminai. Non avevo preventivato che era pure, piuttosto, faticoso. Pedalavo sul ciglio della strada intanto che le auto strombazzando mi sorpassavano. Non potevo nemmeno mandarle affanculo perché avevo le mani occupate e strette sul manubrio. Pedalavo. Ansimavo. Sudavo. Un mix di cose che mi dava un tremendo fastidio, ma, sempre per quel famoso equilibrio, non potevo lasciare la presa. Non so esattamente per quanto tempo avessi pedalato. A me sembrava una eternità.

Dopo una piccola salita e una curva finalmente una discesa. Era una discesa ripida. Sul ciglio della strada c’era il ghiaino. Non l’avevo mai visto prima eppure ci passavo più volte al giorno…ma ero seduto comodamente alla guida della mia auto.

La strada, sempre più pendente, era un susseguirsi di curve. Ad un certo punto era una curva unica. Tutte le auto e gli “automotomezzi” in genere si sentivano in obbligo di strombazzare quando mi sorpassavano. Non so come, ma ad un certo punto, le ruote della bicicletta si infilarono sul ghiaino…e traballante uscì di strada. Incominciai a ruzzolare in una ripida scarpata. Dopo aver ruzzolato chissà quante volte finalmente mi fermai. Il braccio destro era tutta una escoriazione. Esattamente come le cosce, le ginocchia sbucciate e sanguinanti.

Mi resi conto che avevo perso la borraccia dell’acqua. Per fortuna poco più sotto scorreva un ruscello.

Mi rinfrescai. Infine recuperi la bicicletta e la borraccia. Mi resi conto che la catena si era sfilata.

Con la bici sulle spalle mi rimisi sulla strada.

Non mi ricordo come ma finalmente giunsi a casa dove qualcuno mi fece vedere che mettere a posto la “catena” era una emerita cazzata ma…non era “cosa mia”.

Oggi, a pare tutti vogliano andare in bicicletta e si può dire: a si? Vuoi la bicicletta…pedala.