Ernesto Serpe

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Che stress…

Che stress e che palle.

Non ne posso più.

Per strada, al bar, al ristorante, nei supermercati e in farmacia: inevitabilmente gli amici, si avvicinano, qualcuno sorride beffardo. Mi guardano non dico schifati ma con un espressione di commiserazione che se vogliamo è ancora peggio dello schifo.

Peggio del ribrezzo.

Mi guardano come per dire: Hai visto…ma che cazz ci hai fatto fare?

Qualcuno mi ha guardato in faccia ma forse nel reggere lo sguardo ha capito e, come per rincuorarmi come talvolta capita anche senza che lo si chieda, mi ha detto: “lo so…non è stata colpa tua. Hanno preso tutti per il culo. Hanno preso per il culo te…e noi, che come te, ci avevamo creduto e ci siamo cascati in pieno. Ma per favore non ne parliamo più. Mettiamoci una bella pietra sopra”. E già, ancora un’altra e si ricostruisce un muro.

Un’altra bella pietra: grossa come un macigno.

Forse la pietra più inaspettata: quella che si credeva fosse la più inverosimile.

Quella che poi, a conti fatti è quella che più fa “rode’ er culo”perché, nonostante l’età e nonostante “la puzza sotto il naso” che si aveva un po’ tutti… ci si è cascati.

Ed è l’orgoglio ferito che come un cerino fa bruciare le dita, il culo, il fegato e dintorni.

Mi faccio forza tra chi ride, chi sfotte, chi sghignazza, chi da una pacca sulle spalle. Ma li capisco, li comprendo perfettamente perché vedo lo stesso schifo e la stessa commiserazione quando da solo al mattino mi guardo allo specchio, chissà perché mi vien voglia di sputarmi in faccia.

E, per non stare lì, poi a pulire lo specchio ci rinuncio ed esco ma solo dopo aver giurato: “me dovessero ceca’ nun lo faccio e…nun lo farò più fare.

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Sembra ieri…

Sembra ieri quando qualcuno affermava che “cambiando i fattori il prodotto non cambia” ma non ci si può mai abituare a certi fattori che sanno di ribaltoni, di “cappotti” rovesciati; cappotti peraltro regalati agli avversari.

Un “cappotto” unto con l’olio d’oliva di una scatoletta di tonno prontamente barattato con una delle tante fritturine di pesce ma con aggiunta, per i palati più raffinati, di tranci di pescecane spacciato per pescespada.

Si fa fatica a credere che, da oggi, come se niente fosse si cancella non tanto un ideale perché il tempo dei sogni e delle illusioni è finito da mo’. È finito da quel giorno in cui perduta l’innocenza si sventolava la bandiera del pragmatismo e si cantava felici: con una lavata e un’asciugata non sembra nemmeno adoperata…avanti un altro.

Assurdo.

Una barzelletta.

Una scenetta tragicomica alla Peppino o alla Totò.

Una freddura di uno sketch dal sapore amaro glaciale al pari di una freddura di quell’umorismo inglese dove non si è mai capito se…ridere o piangere.

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Non c’è che dire…

Non c’è che dire: è stupefacente.

È strabiliante.

È incredibile, come il linguaggio politichese sia una virtù e non squisitamente un’arte retorica. Cioè quell’arte di stare lì a parlare per anni e anni, per mesi e mesi, per ore e ore, incessantemente, con maestria, senza dire assolutamente niente, ma poi, aiutata e abilmente sostenuta dall’arte oratoria per dire con forza e coraggio: tutto e il contrario di tutto.

“Congiuntivite” a parte che, come si sa, non ha nessun peso e non è assolutamente rilevante sulla platea dei plebei da sempre affamata di giustizia sociale, di libertà, di legalità, di eguaglianza, cioè come per riassumere un vecchio film: ”pane amore e fantasia”. Tanta fantasia. E come sempre la platea dei plebei che mira più alla sostanza che all’apparenza non fa caso al capello ma si lascia trascinare dall’oratore: dal condottiero senza macchia e senza paura.

L’abilità quindi consiste nel far credere, a tutti, che tutto sia utile, necessario, importante e vitale per tutti. Ma soprattutto che, tutto, si fa per il bene e la salvaguardia di un mondo migliore per tutti ma, non è mai stato spiegato a sufficienza se su questa terra; se in questa vita o nell’altra.

Diritti e stile di vita, salvaguardati, protetti e strenuamente difesi da chi, invece, fa del “Dovere e del Sacrificio” il proprio stile di vita ed è per questo che deve stare lì sacrificato, inchiodato alla poltrona, che, altro non è, che la sua pesantissima, dolorosissima croce.

La pesante croce da portare ad ogni ora del giorno e della notte.

Il fardello affidato, anche qui non si capisce bene da chi…ma soprattutto perché. Ed è, per questa croce, che ci si immola.

È per questa croce che, sia pure non costretti, non ci si stacca, né mo’ e né mai e non ci si vuole staccare…per il bene della gente.

Ma Qualcuno, poco più di duemila anni fa Disse che, dire tutto e il contrario di tutto è l’arte del raggiro con quel monito: “…Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno”…ma questa è un’altra storia.

Ma poi, di riffa o di raffa subentra l’esperienza, cioè la somma di tutte le fregature (“fregature” è un eufemismo) prese nel corso della vita, che insegna che per quest’arte, per questa virtù è necessario avere non tanto il coraggio ma una faccia intercambiabile così che, per rinfrescarsi il viso si possa usare con la stessa disinvoltura una volta il lavandino e…una volta il bidet.

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L’Esercito di Franceschiello

L’Esercito di Franceschiello, o peggio fare la fine dell’esercito di Franceschiello è un modo di dire napoletano;nancora oggi utilizzato per ridicolizzare un insuccesso.

Una sconfitta. Una “debacle” per dirlo alla francese…sai com’è, meglio portarsi avanti.

Una tragedia che improvvisamente si trasforma in farsa: un modo come un altro su cui riflettere e ridere, ma soprattutto per ridere per non poter piangere o altre reazioni corporali.

Quindi per scherzare, per sdrammatizzare o per sfogare un po’ di quella illusione che trasformandosi in delusione, inevitabilmente si scarica “sui Fanti”: una categoria da sempre non protetta. Quella categoria che, all’occorrenza si usa, e, quando non serve si getta.

Da qui il termine usa&getta ma, ancora non si è capito che a forza di gettare si è sommersi dalla plastica, trappola…per tutti.

A differenza “dei Santi” che, giustamente, hanno una valenza e una considerazione tutta particolare ma soprattutto, godono di una protezione dall’Alto che, visto il periodo contingente è sicuramente meglio non mettere alla prova. Sai com’è?

E, nel dubbio per alcuni nella certezza per altri, è sempre meglio “scherzare” sui Fanti e lasciare in santa pace i Santi.

E, a proposito dei fanti, si narra che i nobili, gli aristocratici nonché ufficiali del re nel dare l’ordine “di fianco destro” o “fianco sinistro”,

adottarono, a fronte di ogni responsabilità e contravvenendo a tutti i regolamenti, sia pure con il consenso o beneplacito del re, adottarono lo stratagemma del “fiiucchettiello” che diversamente i fanti, plebei e analfabeti, non avrebbero sicuramente compreso, per cui gli ufficiali alla testa delle truppe per andare a destra o a sinistra gridavano di volta in volta: “fiucchetiello rosso” o “fiucchettiello blu”.

Il “Fiucchettiello” altro non era che un nastro sottile, legato stretto sulle braccia dei fanti: il rosso, sul braccio destro per indicare la destra e il nero sul braccio sinistro per indicare la sinistra

Talvolta però mentre si marciava tutti in avanti, per un motivo o per l’altro bisognava cambiare repentinamente direzione, anzi, bisogna tornare indietro: il dietrofront.

E, per il “dietrofront”: un ordine particolarmente complesso perché scombussolava le idee un po’ tutti perché sul lustro e il brusco, il povero tapino, plebeo, analfabeta che pensava ed era convinto che bisognava guardare in avanti improvvisamente doveva radicalmente cambiare posizione: il davanti diventava improvvisamente il dietro.

Quanto dietro era variabile. Non lo si poteva pensare. Talvolta non lo sapeva nessuno.

Siccome in fondo alla piazza d’armi era ben posizionata una statua marmorea di San Francesco, omonimo del re, o viceversa, identificata come la via da seguire e stimolo costante per guardare avanti si concordò di utilizzare la stessa come punto di riferimento e si convenne e si stabilì che l’ordine di “dietrofront” fosse: attenzio’ battaglio’…a panza a meeee e ‘u culo a sanFrancisch-isch.

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Voi vedere che…

Checché se ne dica occorre per forza di cose attendere cinque giorni.

Cinque lunghi, interminabili, giorni.

Forse o sicuramente meglio se spesi senza critiche.

Senza sprecarsi in considerazioni, valutazioni o proposte perché una cosa è certa.

Una cosa è assolutamente certa: una quadra, o un quadretto, sicuramente lo trovano.

Una scappatoia. Una via di mezzo tra una via d’uscita e una via di fuga, magari con l’intercessione di qualche Potenza soprannaturale.

Un modo per restare lo trovano, disperatamente, per quell’innato senso del dovere, per quell’immutato senso di responsabilità, per quell’altissimo senso dell’onore ma soprattutto per quel smisurato sentimento d’amore; di un grande amore e niente più per l’Italia ma soprattutto, e come sempre dimostrato, nei secoli dei secoli…per gli italiani.

Perché altrimenti, è chiaro: la parola, per riffa o di raffa ripassa ancora una volta a questi e chissà se…brrrrrrr meglio non correre rischi.

Meglio non pensarci o meglio non tentare o sfidare la sorte.

E a questo punto, se tanto mi da tanto, vuoi vedere che nella lotta tra gli amici e conoscenti tra i nemici o avversari di ieri con un piccolo rimpastino l’unica poltrona che salta è proprio quella che per quattordici mesi è stata..la più amata o stimata dagli italiani?

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Un anno fa…

Facebook è un po’ come un notaio preciso e attento.

Ogni anno ricorda, o rinfaccia, tutto quello che si è detto, scritto, e forse anche pensato, esattamente l’anno prima.

Puntuale ogni mattina ricorda: oggi è il compleanno di Tizio, Caio e Sempronio. Hai fatto gli auguri a Tizio, Caio e Sempronio? E qui uno dice: Si. Ma chi cazzo è Sempronio?

Oggigiorno è difficile anche pensare tra se e se perché ci può essere un “se” che svegliandosi improvvisamente poi non condivide ed è il “se” che se ne fotte della ragione. È il se della morale: è la coscienza che non condivide o che rinfaccia.

E occorre fare molta attenzione a scrivere cazzate, o dire emerite stronzate perché restano indelebili negli anni a venire…o ritornano indietro, colpiscono in piena faccia, in piena fronte o sul “coppino”: volgarmente detta nuca, come effetto boomerang.

E ogni giorno, come la data di scadenza sullo yogurt, Facebook implacabile lo ricorda. E qui se si è scritto, o detto auto puntandosi il cellulare, o fotografato qualcosa circa circa allora vabbè si sorride ma se si è scritto o peggio detto stronzate un po’ di vergogna quantomeno assale…

Forse forse Facebook è nato per far diventare tutti, e per tutti s’intende tutti, più docili, più diplomatici forse più ipocriti perché un anno fa presto a passare.

Una volta si diceva “Verba volant, scripta manent”

Oggi si può dire: Verba volant, scripta manent e Facebook non perdona.

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Quello che più…

Quello che più fa scompisciare dalle risate, ma che poi in fondo in fondo fa girare le palle che a loro volta fanno rodere e non poco tutto ciò che c’è da rodere tipo fegato, cuore ma soprattutto il cervello è la storiella che per dieci anni e più si è sempre raccontato nei circoli “Pii&Santi riuniti s.a.s.” e cioè: noi soci accomandatari e accomandanti puri e immacolati di qua e tutti gli altri, brutti, sporchi e cattivi di là.

Noi, santi, puri, pii e immacolati, armati solo di una mascella d’asino dobbiamo avere il coraggio di combattere e vincere contro le ingiustizie e i disastri dell’armata di Brancaleone da Norcia…e dintorni.

Poi, a forza di dai e dai, qualcuno ci ha effettivamente creduto e, incurante della pioggia, della neve, del vento ma soprattutto del sole e del mare, si è messo buono buono in fila. Mai successo che taluni per la calca e per la ressa sono stati stati costretti, pensa te, ad andare e tornare, avanti e indietro più volte nella stessa giornata.

Un miracolo di Fede.

Ma poi si sa, a miracolo avvenuto, è iniziata l’avventura. E qui si è capito subito che non si sapeva che pesci prendere.

Dimentichi della mascella d’asino si correva di qua e di là come la vispa Teresa a caccia di farfallette.

Qualcuno poi, anche con gusto e sarcasmo, sbatteva a più riprese addirittura la porta in faccia.

Infine visto e considerato che la mascella d’asino oramai non era che una mascella d’asino: un osso come tanti, senza più la forza divina della convinzione ma soprattutto della certezza si è andato pian pianino, inglobandosi nella cosiddetta globalizzazione.

Nella più normale normalità.

Si è andati a genuflettersi proprio in quel santuario che, per anni si era avversato, criticato e combattuto.

E ora, vuoi per il fiato sul collo perché come da contratto a meno che in extremis non ci si inventa un piccolo escamotage e non si decida che si parta almeno da meno due, il tempo è quello che è e ci si è preso gusto. Con un inginocchiatoio in dotazione personale si è pronti ad inchinarsi e, inginocchiati come non mai, si è pronti ad ingrossare e ingrassare le file dell’armata Brancaleone.

Morale della favola…mai credere nelle favole.

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Il bello…

Il bello, o peggio il brutto, il triste, il malinconico, ma si la sconfitta, di quando non si hanno le idee chiare, o quando si insegue un illusione che si trasforma in una chimera, – che, non a caso, nella mitologia greca era descritta come un mostro con una testa e un corpo di leone, e una seconda testa, chissà perché, di capra – è che mentre si va a braccetto, sia pure non, con il partner, ideale, il compagno predestinato dalla vita o dal destino, dopo un po’ ci si stanca. Ci si punzecchia. Ci si sfotte. E ci si piglia per culo a vicenda.

E, non si capisce bene il motivo. Perché? Ma è, forse per vanità, forse per il gusto di farsi male o per il gusto di “avvicendarsi”. Ed è, forse proprio la capra, che confonde le poche idee con il vecchio ritornello che sopra panca la capra campa e il sotto la panca…la capra crepa.

Forse, ma chi cazz lo sa per davvero, è per quel prurito che stimola a provare nuove avventure a recitare nuove poesie o peggio le vecchie barzellette di sempre e ci si ritrova, poi, in un infimo locale per scambisti. Regno di felloni, beoti e beoni: fancazzisti alla ricerca di emozioni e nuove cazzate da spararsi a vicenda.

E intanto che si cazzeggia o si sparano minchiate c’è perfino chi, ormai solo, abbandonato a se stesso, dimenticato dagli amici e dai parenti, erroneamente creduto trapassato ma, era solo abbandonato a se stesso, seduto tristemente sulla panchina dei giardinetti a controllare che il cagnolino avesse fatto la pipì ecco che improvvisamente ringalluzzito schizza in piedi come un soldatino di altri tempi. O come una marionetta di legno. Come se avesse fatto, e per grazia ricevuta, una improvvisa doccia d’acqua miracolosa, o, come una vecchia auto elettrica avesse fatto una ricarica, gratis, nel piazzale assolato di un grande centro commerciale.

Una ricarica, improvvisa e vitale di un pieno elettrizzante di super autostima che inevitabilmente induce a dondolare, un po’ di qua e un po’ di là.

E il povero tapino: il solito provincialotto di provincia, che mai più più pensava di vederseli tra le palle, o almeno in questa vita, rimane tristemente disorientato, confuso.

E non sa se deve bestemmiare gli Dei o gli inferi o cose del genere perché di punto in bianco e ancor prima di rendersene conto se li ritrova tutti lì, allineati e coperti dal primo all’ultimo: pimpanti, saltellanti, vivi, vegeti, sgambettanti ma soprattutto a recitare o sentenziare le stesse cazzate di sempre.

Improvvisamente rigonfiati di vanità e vanagloria come una volta, tanto tempo fa: “Ercolino sempre in piedi”. Quello avuto in omaggio con i pochi punti di un piccolo striminzito formaggino. Apparentemente sempre turgido, sia pure un po’ di qua e un po’ di là, dondolante o confuso a seconda della spinta.

E intanto, mentre qualcuno recita a gran voce un Pater, un Ave, un Gloria e con i debiti scongiuri ci infila un Requiem e un paio di “eterno riposo”, il povero tapino sempre più frastornato come fosse alla “sagra della pera cotta” di punto in bianco si accorge che quelli che una volta erano considerati gli amici sono diventati improvvisamente avversari o nemici da abbattere, e, gli odiosi, quasi odiati, e sempre disprezzati avversari di una vita, ecco che per uno strano sortilegio al pari di una magia nera sono diventati gli amici affidabili di oggi e di domani. Ma sì abbondiamo, con tutto l’ottimismo immaginabile, forse sino a dopodomani o fino a che, e questo è più che certo, i pseudo amici non abbiano, appeso l’ultimo scalpo, dell’ultimo sprovveduto arrivato chissà come ma soprattutto chissà perché, al sacro Totem dell’opportunismo.

Quello si, con la “O” maiuscola…totem dei professionisti di sempre.

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Tito Flavio Vespasiano

Tito Flavio Vespasiano proclamato Imperatore dal 69 d.C., prese il nome di Cesare Vespasiano Augusto.

Divenuto famoso è passato alla Storia semplicemente come: Vespasiano.

Oltre al Colosseo e cosette del genere è ricordato come inventore.

Fu, infatti l’ideatore e il costruttore del “vespasiano”. Lo volle a tutti i costi. Non ci dormiva la notte. Infine lo fece piazzare per lungo e per largo sul fiume e ad ogni angolo di Roma e dintorni: ovviamente a pagamento.

Compiaciuto e soddisfatto per aver reso un servizio al popolo ma quando gli fu riferito che i tintori si appropriavano dell’urina che utilizzavano quale prodotto primario, per disinfettare o comunque lavare i panni, corse ai ripari e fece pagare un dazio sui prelievi: la centesima venalium. Un’idea geniale che invece di pagare per lo smaltimento si faceva pagare per il…prelievo.

Talvolta con offerte speciali tipo prendi 3 litri ne paghi 1 giusto per invogliare i clienti.

Felice, e, sollevando una volta il braccio destro, una volta quello sinistro, una volta entrambi profetizzò in romano antico:

“Pecunia non olet”.

“Pecunia non olet” poi si è scoperto che è una locuzione latina il cui significato letterale è: “Il denaro non ha odore”…e, dal 69 d.C. ad oggi, la pecunia ha mantenuto intatta la sua peculiarità…non puzza.

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Un paio di…

Un paio di citazioni negli anni, mi sono rimaste impresse nella mente.

E precisamente quel: “Siate candidi come colombe ma…scaltri come serpenti.” Detto, peraltro da Uno che la Sa’ lunga sugli uomini, sulla pietà, la misericordia, il perdono e tutte queste belle cose qua.

La seconda fu una battuta recitata in un telefilm della serie “il Maresciallo Rocca” quando questi per rimproverare qualcuno che sbagliò in buonafede disse: “non basta amare il proprio lavoro…bisogna anche saperlo fare.”

Morale della favola, che favola non è, credo sia, che talvolta non basta essere candidi se non si è un po’ capaci e serpentelli perché si finisce per diventare, per forza di cose…canditi nelle colombe.